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Fate che gli emigranti tornino senza soffrire

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Il problema non è partire, perché in fondo ognuno, nella vita, vuole fare esperienza a modo suo. I giovani del Sud se ne vanno perché il Sud offre poco, e poi perché il mondo è grande e a vent'anni viene voglia di girarlo tutto, fosse anche a piedi. Spesso, al Sud, per trovare un impiego bisogna fare i battimano ai ras zonali; oppure accontentarsi di stipendi «a nero» e da fame, magari lavorando dodici ore al giorno; oppure creare un'impresa, scoprendo solo alla fine che «c'è invidia», che «c'è malavita», che «tutto è politica» e che «la gente paga sempre in ritardo». Chi rimane al Sud è sempre un essere specializzato nella scienza del «fare finta di niente». La gente che rimane dice: «Io qui ci devo vivere, mica posso impuntarmi per ogni cosa». Si sente dire, rassegnati: passa oggi che viene domani.

Ma il problema non è solo lo stipendio. I giovani scappano perché sono stanchi di essere giudicati nella pubblica piazza quando flirtano, quando fumano, quando camminano di notte per strada, quando mettono il piercing, quando non hanno una lira, quando prendono diciotto agli esami, quando piangono e quando ridono. Nei piccoli paesi, poi, è successo questo, ovvero che un tempo si camminava in piazza, «si facevano le vasche» e c'era malizia a sfiorarsi distrattamente; oggi, invece, le piazze sono sempre deserte e la gente è religiosamente sintonizzata davanti «a Maria De Filippi». Un giovane di vent'anni, che ha la forza di un toro, cosa dovrebbe fare, accontentarsi di tutta questa fiacca? Ma scherziamo?

Ma il problema, dicevamo, non è partire, perché per partire ci vogliono poche cose: un biglietto di sola andata, una valigia con gli indumenti e un po' di crudeltà quando i genitori si mettono a piangere alla stazione. Il vero problema è tornare. Molti meridionali, una volta che hanno «girato il mondo» e imparato un po' di mestiere e un po' di vita, hanno voglia di tornare, magari «per fare qualcosa». In verità, poi, non è che al Nord ci sia tutta questo Bengodi, e allora s'incominciano a fare ragionamenti di questo tipo: «Povero per povero, almeno me ne sto a casa mia e non pago l'affitto».

Iniziano le notti insonni, le crisi depressive, le giravolte nel letto, i primi sogni metaforici del ritorno. Timidamente si tenta di comunicare questo stato d'animo agli amici o ai genitori, ma loro, implacabili: «Ma stai scherzando? Stai bene dove stai, qui non c'è niente, qui si muore ogni giorno un poco. Lascia perdere». È quello il momento in cui si capisce di essere stranieri due volte, stranieri dovunque, e che la comunità di origine ha affidato agli emigranti un compito immane, e cioè quello di riscattare i propri fallimenti, le proprie illusioni e le troppe frustrazioni di una vita a bassa quota. In quei momenti l'emigrante che vuole tornare non ha scampo.

Quanti emigranti non tornano perché hanno paura di essere giudicati male? C'era chi doveva fare il calciatore e chi l'attore, chi doveva fare l'imprenditore e chi il medico, chi voleva condurre Sanremo e chi sognava di diventare il più grande ingegnere della Terra; poi le cose vanno come vanno e magari si finisce a lavorare in fabbrica o in un negozio e la vita diviene inevitabilmente «diversa da come ce la immaginavamo». Ma questo, diciamoci la verità, non è il destino della maggior parte delle persone?

E allora il Sud sbaglia a non accogliere a braccia aperte tutti questi meridionali che vogliono tornare; sbaglia a non valorizzarli, magari per le tante cose umane e professionali che hanno imparato; sbaglia quando li giudica falliti o animali feriti che «se ne sono tornati con la coda tra le gambe»; sbaglia a non coinvolgerli nelle imprese, nella politica e nella società da prim'attori anziché da cittadini di un dio minore; sbaglia quando li ferisce con frasi tipo: «Qua non siamo al Nord, se vuoi stare qui devi abbassare la cresta»; sbaglia, infine, quando confonde il fallimento con la loro voglia di fare qualcosa per la propria terra. Sbaglia il Sud a non richiamare in servizio queste persone che stanno nel Purgatorio dei tanti Nord del mondo.
Se tutti i meridionali «stranieri due volte» avessero la certezza di essere accolti a braccia aperte, il Sud otterrebbe, nel giro di pochi anni, una spinta sociale ed economica incalcolabile. Sono tanti i meridionali che aspettano il segnale. Perciò cerchiamo di darglielo questo benedetto lasciapassare.


Andrea DI CONSOLI
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