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dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 27/04/04
Manca da sempre, in Basilicata, una classe
operaia. Ci sono stati impiegati del catasto
e agricoltori, meccanici e carpentieri,
marescialli e preti, però operai in senso stretto,no,
quelli non si sono mai visti; una classe operaia,
s'intende, come c'è stata e c'è da almeno un secolo
al Nord, alla Fiat, alla Pirelli, all'Alfa Romeo,
gente che ha abbondantemente conosciuto l'alienazione,
il salario, le lotte sindacali e l'esaurimento
nervoso.
Noi in Basilicata, come dice un luogo comune
diffuso, "siamo indietro di almeno trent'anni". E,
a vedere le migliaia di operai della Fiat di Melfi
protestare come si faceva al Nord negli "anni caldi
", si pensa proprio a una sorta di appuntamento
con la storia; insomma, anche nella piccola
Basilicata sono giunte, con un ritardo di
trent'anni, le rivendicazioni sindacali, la pretesa
di condizioni di lavoro più dignitose, il riequilibrio
salariale rispetto agli altri stabilimenti del
gruppo, la rabbia contro i "padroni" che ti controllerebbero
col cronometro quando vai al bagno.
La Fiat e il suo indotto rappresentano molto per
la Basilicata. Quando "i torinesi" del Lingotto
vennero per portare lo stabilimento e il lavoro, i
patti furono chiari: più lavoro per tutti, ma meno
garanzie sindacali. Tutti ovviamente accettarono
perché, come si dice, quando fai tredici alla
schedina, "poi si vede". E adesso quel momento è
giunto.Agli operai della Fiat non basta più il salario,
il posto fisso, il lavoro in fabbrica; ora si
pretende la civiltà del lavoro, le cinque giornate
lavorative, l'abolizione della "doppia battuta",
l'aumento salariale. I primi anni ti basta il pane.
Poi vuoi il tempo libero. Infine la tredicesima e la
casa al mare. Sarà sempre così dappertutto, da
Melfi a Timosara.
Nessuno diventa operaio per piacere. La condizione
operaia è transitoria per definizione, è il
primo passo della scalata "borghese", dell'affrancamento
dai rimasugli della civiltà contadina,
o dal precariato parastatale o paraimprenditoriale
meridionale.Diventando operai si scopre
il benessere, i diritti e i doveri, la libertà di opinione,
la voglia di vedere i propri figli laureati, inseriti
nel "sistema", liberi di guadagnare "senza
dover dire grazie a nessuno". La classe operaia
costruita in Basilicata negli anni Novanta è la
base indispensabile del benessere di domani.Ora
c'è aria di "68" in Basilicata: ovunque si vada, la
frase ricorrente, dinanzi ai problemi, è la seguente:
"O si risolve, o facciamo come a Scanzano".
Però che noia a sentire i problemi di sempre, tipo
le accuse ai cosiddetti crumiri, ovvero a coloro
che non intendono protestare. Ognuno deve essere
libero di fare ciò che vuole, anche contro i propri
stessi interessi: libertà sindacale è anche libertà
di non aderire a nessuna iniziativa sindacale.
Ci sono anche quelli che temono di perdere il
posto, quelli che hanno sudato sette camice per avere
quel lavoro, gente che si è aggrappata alla
propria postazione fissa come all'ultima ancora
di salvezza.Per molte persone cambiare il mondo
non significa salire sui tetti e sventolare bandiere
vermiglie.
iciamoci la verità, alla Fiat di Melfi i disagi
umani sono stati e sono tanti: viaggi
massacranti, turni insostenibili, provvedimenti
disciplinari molto duri, autolicenziamenti
liberatori, tossicodipendenza. Chi racconterà
mai la morte per overdose di un operaio di
Melfi? Mi viene in mente "Ombre sull'Ofanto" di
Raffaele Nigro, il prezzo salato che si paga quando
si decide di cambiare radicalmente sistema di
vita. Tutto questo dolore è la "preistoria" del benessere
di domani.
Attenzione, però: la Fiat è la principale risorsa
industriale della Basilicata e danneggiarla troppo
con proteste distruttive e a oltranza non serve
a niente. Ci sono sindacalisti che hanno come unico
obiettivo la guerra, la guerra come metodo.
Veterosindacalismo puro. La Fiat va difesa, anche
perché sta vivendo una fase delicata di rilancio.
Gli operai di Melfi devono vincere le loro battaglie,
così come la Fiat deve vincere la sua. Saremo
anche trent'anni indietro, però una cosa dovrebbe
essere acquisita: un problema non si risolve
raddoppiandolo. Il sindacalista abbia due occhi:
un per gli operai, un altro per il bene della
Fiat. La Basilicata non ha bisogno dei nostalgici
del "conflitto permanente", dei Lenin di turno.
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