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È con il fiatone che scrivo, con la mano che trema ancora per la forte scarica di adrenalina causata da una lunga corsa, quella che ho fatto fin qui, davanti ad un blocco di fogli bianchi ed una penna biro. Una corsa che ho fatto dopo aver pensato tanto, dopo essermi dibattuto a lungo: "che faccio, scrivo?...oppure no?...e se sarò banale o ipocrita?..."
Ho scritto e strascritto riguardo a molte faccende ben più "terrene" di questa e, permettetemi, ben più banali, quindi non posso esimermi dal farlo ora, di fronte ad un mondo che si è fermato e che un po' è cambiato.
Guardando i vari notiziari televisivi osservavo quella finestra del Palazzo Papale sempre accesa e mi impietrivo ascoltando quelle dichiarazioni tanto precise quanto struggenti dei portavoce del Vaticano insieme a dossier dei media che quasi si compiacevano nel documentare un anziano sofferente che entrava ed usciva da un ospedale e che lottava perfino contro se stesso per cercare quantomeno di pronunciare qualche parola per benedire le folle. Nonostante questo, però, mi martellava in mente un altro flash-back continuo, ossessionante: quello di un anziano che, composto, partecipava a quel "chiasso che Roma non dimenticherà mai" insieme a milioni di ragazzi che davvero rappresentavano il Pianeta Terra. Quello era lo stesso anziano della finestrella accesa, che cercava in tutti i modi di farci capire quanto gli piaceva stare tra la gente, tra i suoi PapaBoys. Anche in quelle circostanze combatteva: contro la malattia, contro quel fisico stanco che sembrava voler "incastrare" e "fermare" la smisurata euforia del suo Spirito che comunque poteva osservarsi dai piccoli gesti, come una mano che percuoteva un bracciolo o quel sorriso leggermente accennato.
È questa l'immagine che non riuscivo a distogliere dalla testa, quella di un Uomo che, come ha detto il card. Reinzinger "si è consumato per noi", in ogni senso.
Poi, però, un'altra scena: quella di una salma finalmente calma e riposante, ma brutalmente e orribilmente spenta, quella di un lutto sobrio, compostissimo ed elegantissimo. Il lutto che si deve ad un Re. Un corpo adagiato con cura tra un Crocefisso, simbolo di una sua inseparabile Musa quale la sofferenza fisica ed un Cero, simbolo di quella Vita che ancora non si è spenta, simbolo di Speranza quanto mai desiderata dai sudditi che sanno di essere un po' più vuoti ora.
Le due figure ora mi si alternano entrambe, così diverse e contraddittorie: un Re che abbandona il suo trono suffragato con cerimonie quasi di stampo medievale e un Anziano, con vesti regali, che se avesse potuto sarebbe sceso da quel podio per ballare e cantare in una delle notti più suggestive della mia vita.
Ora la storia, il mondo, gli affari e tutto ciò che appartiene a questa Terra sa che deve fermarsi ed inchinarsi di fronte ad un "Uomo che faceva il Papa", ed ha preso coscienza che deve rendere gloria ed onore ad un'Anima che ha saputo regnare come pochi.
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