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Era il mese di maggio. E si avvicinava la festa di San Filippo, nella piazza di sopra. Quella festa mi ricordava che le ciliegie erano rosse e pronte da mangiare. Ma quell'anno il 26 maggio c'erano le votazioni e la festa sarebbe slittata (si dice cosi?) alla domenica successiva. Non faceva freddo. Specie di sera. Poi la mia casa era riparata dai venti che soffiavano dal canale Pescogrosso e io stavo affacciato alla finestra. La finestra dava su un tetto di tegole. Le tegole coprivano un locale che era giù, nella piazzetta sottostante. Si chiamava Piazza Amedeo di Savoia. Ma i tursitani, trovando la parola troppo lunga l'avevano ribattezzata Piazza delle Forge per via delle officine che ci stavano. Si potevano udire i rumori dei mantici e vedere il fumo dei carboni ardenti uscire da quei locali. Niente di tutto questo. I muli c'erano, è vero e passavano tutte le sere, per andare alla stalla, che si trovava da quelle parti. Qualcuno, però dice che nei tempi antichi, cioè quelli prima di me, le forgies c'erano veramente, e c'erano i fabbri. Quel vecchietto con i capelli bianchi, le scarpe grosse, che trovavamo seduto davanti alla porta di una casa lì vicino, era stato in gioventù un grande fabbro, costruttore di ferri di cavallo che puntualmente piazzava sopra le zampe dei muli e degli asini, del tempo che fu.
Mast' Vincenzo se ne stava seduto su una sedia di paglia e dormiva a cc'era ssoue dalle nove del mattino fino al suono della campana di mezzogiorno, quando mia madre smetteva di lavare i panni scorchi in famiglia e recitava "l'Angelus". Zi' Vicenz come lo chiamavamo noi aveva un bastone per compagnia ed una figlia semigiovane che beveva qualche goccio di vino in più. Il nonno vecchio e stanco stava fuori anche di pomeriggio a guardare la gente che tornava dalla campagna e che lo salutava dicendo: Mast Vicenz come stai? Ma lui non rispondeva perché non ci sentiva. Si limitava a sorridere e a salutare con la mano destra.La sera la figlia lo prendeva, lo faceva alzare e lo accompagnava sulle scale, dicendo: Ma vide che croce devo sopportare io tutte le sere. Così Il suo vecchio andava a nanna. Certamente l'anziano fabbro, che avrebbe potuto forgiare le spade in vomeri e le lance in falci, dormiva il sonno dei giusti, visto che mia madre, mi sgridava sempre quando tornavo scalzo e con i piedi sporchi dal canale, che poi era a due passi di lì, e mi diceva puntualmente: Disgraziato, ca ti averete spart u lamp quann è sinciro. Ed io colpevole e assonnato, mi addormentavo e sognavo di essere inseguito da un "mamone" che sicuramente abitava da quelle parti e non aveva sonno. Io poi correvo ed andavo a finire nel canale, dove scorreva l'acqua del torrente e a me poi scappava la pipì, bagnavo il letto e cosi via.
Bene in questa piazza che di giorno era il teatro dei nostri giochi, una sera di maggio, mentre i grilli cantavano lo stesso di notte e si sentivano anche dalla mia finestra sul cortile si svolse quello che sarebbe stato il comizio finale per l'elezione del nuovo consiglio comunale. C'era lui, il giovane dottore candidato sindaco, con una folla di sostenitori, con un presentatores, che parlava benissimo l'italiano, visto che era avvocato, giovane pure lui. C'erano i cantonieri col cappello e la visiera che mi sembravano tanti discendenti di re Umberto I.
C'erano i jardinieri alias produttori di oranges, con giacca e pantaloni di velluto grigio scuro e il cappello sotto il braccio, poi i braccianti agricoli e gli assegnatari, cioè quelli che aspiravano ad un pezzo grande di terra della riforma fondiaria. I grandi li chiamavano i "cotisti" Artigiani e fabbri nessuno. Questi votavano la Mocrazia(Democrazia Cristiana) mentre il giovane dottore col giovane avvocato erano i leaders indiscussi di una lista civica che si chiamava: La bilancia.
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