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Una volta, quando ero piccolo, uno zingarello della mia età veniva in casa e chiedeva i fichi neri per mangiarli. Mia madre dava i fichi neri anche ad un altro ragazzo più grande sopra i sedici anni. Ma lui era "paesano". Forse doveva avere molta fame se mangiava anche i fichi. Certi giorni ci portava l'acqua del pozzo di via Masaniello. Il "varrio" dell'acqua era pesante. Lo vedevo salire le scale di corsa, col barile sulla spalla. Piano - diceva mia madre, che puoi cadere e farti male. Poi non ci valete u varrie dell'acqua ca ma purtete (non ci vale l'acqua che hai portato).
Un giorno io lo aspettavo, ma lui era partito per Genova. Cominciava in quegli anni anche per noi la storia degli emigranti con le valigie di cartone, e la prima meta migratoria fu proprio Genova. Non per niente il municipio di quella città si chiama: Palazzo Tursi.
Quella mattina arrivò lo zingaro. Bussò alla porta. Mia madre non c'era. Era andata a prendere l'acqua al pozzo. Aprii lo sportello e c'era lui piccolo e gli occhietti furbi. Aveva i piedi scalzi, i capelli neri e non sapeva leggere. Mi chiese i fichi. Io non lo feci entrare. Avevo paura. Con tutte le storie che i miei compagni raccontavano, ci mancava anche questo. Poi in casa c'era mio fratello che dormiva.
Gli dissi: se mi reciti una filastrocca ti do i fichi neri. Lui si appoggiò alla porta sollevò un piede in aria ed iniziò la cantilena. Sul finire stringeva il naso, lo torceva e terminava la poesia dandosi uno schiaffetto in fronte. Finita la recita, allungò la mano per avere i fichi.
Di poesie dette nella sua lingua sconosciuta che mio padre chiamava la lingua "gghiegghiere" ne avevo sentite alcune stando seduti sul muretto di via Torquato Tasso, proprio di fronte all'ingresso delle grotte che erano vicino al pozzo.
In quei sotterranei loro, gli zingari ci dormivano tutti, grandi e piccini. Venivano d‘estate a vendere i cavalli. Qualcuno trovò anche moglie da queste parti. Poi nella piazza delle "Forge" ci abitava una vecchietta col nipote zingaro. Lui era un poco più grande e sapeva far saltare in aria i cozzi (barattoli) vuoti, con l'uso della polvere da sparo. Scavava una buca sul terreno, la riempiva d'acqua, ci buttava il "carburo" (cosi si chiamava la miscela esplosiva) e l'acqua bolliva. Sopra il cozzo vuoto c'era un buco con una miccia bagnata di alcool. Poi accendeva una carta che infilava alla punta di una stecca di legno lunga quasi un metro, lo avvicinava al foro e accendeva la miccia. Il cozzo saltava in aria. Ricordo che avevo i miei nove anni buoni e lo zingaro artificiere mandava i cozzi su per cinquanta metri in alto. La nonna intanto si affacciava alla porta e sgridava il nipote.
Noi col naso in aria guardavamo il piccolo razzo salire, salire, per poi ricadere, stando attenti a non prenderlo in testa. Era una operazione pericolosa, questo lo abbiamo saputo dopo. Il fratello di un mio amico, qualche anno dopo, giocando col cozzo nell'orto del Mulino, ci ha rimesso un occhio. Da allora questo gioco alla Von Braun non si è fatto più. Troppo pericoloso. Se qualcuno lo avesse perfezionato, a quest'ora, avremmo potuto avere anche noi una piccola base spaziale Alfa come a Cape Canaveral, posizionata nella "Vall i Cann" e saremmo arrivati sulla luna molto prima degli americani. Purtroppo lo zingaro nipote non aveva fatto studi balistici, Von Baun si.
Ma torniamo al bambino che recitava. Lui declamava la sua filastrocca che faceva tanto ridere ed io pensavo: adesso che finisce gli chiudo la porta in faccia. Cosi lui resta fuori con un palmo di naso. Cosi feci. Il piccolo zingaro grande come me e affamato, per poco non si schiacciava le mani che teneva poggiate sullo stipite.
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