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Computer Story (2)

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Sono le ore 14.00 di un giorno qualsiasi dell'anno domini 1999. Ho acceso la lavatrice. Il mio videotape sta registrando da un'ora un film che avevo programmato da due giorni su Raitre. Si intitola: I cancelli del cielo di Michael Cimino. Poi sono andato ad ascoltare i messaggi che la segreteria telefonica ha registrato in mia assenza.
Ho acceso il PC, mi sono collegato a internet e sto aspettando che finisca di scaricare un programma .exe che mi serve per collegarmi ad una chat di recente costituzione. Resto in attesa e mi leggo l'intervista di Nicolas Negromonte, un esperto di internet, naturalmente americano. Mi piace la sua filisofia: Il futuro non si prevede, lo si inventa. Ieri avevo letto un racconto fantastico dello scrittore americano di fantascienza Ray Bradpury: Il popolo dell'autunno. Come vedete sono immerso nel futuro prossimo venturo e ci sto bene, fin quando durerà.

La storia che sto per raccontare è basata su ricordi personali e sulle "atmosfere" quasi elettroniche che si respiravano in quei lontani anni '90. Erano gli anni in cui regnava sovrana la calcolatrice tascabile. Ce l'avevano tutti, anche i negozianti. Alcuni poi avevano la cassa che stampava un scontrino.
Qualche negoziante al mercato del giorno venti, a Tursi, esibiva le prime casse elettroniche a batteria. Lo portava un mercatante che era nato in America, era stato in Viet-Nam da giovane, ma dato che aveva genitori italiani era tornato alla terra degli antichi padri e vendeva le borse e le prime valigie stile "executive".

Leggo la parola computer per la prima volta quando vedo il film di Stanley Kubrick 2001 Odissea nello Spazio, il computer a bordo del "Discovery" aveva un nome: "Hal 9000". Era l'inverno del 1969.

Nel 1970, in bacheca all'università di Napoli, c'era un manifesto della facoltà di ingegneria. Diceva: si organizzano corsi di specializzazione in "elaboratori elettronici". Non mi fu possibile andarci. Erano tempi difficili... per le tasche.

Nel 1971, all'università di Bari c'era un concorso di: "Analista elettronico" e "programmatore elettronico". Partecipai ma non superai la selezione. Era a base di quiz matematici. Chi correggeva i quiz era un "esperto" americano dell'IBM. Restai senza corso e tornai a casa, con il treno per Policoro beach. Avrei continuato ad insegnare perennemente le radici quadrate, le frazioni e... il teorema di Pitagora.
Del resto Pitagora mi era simpatico. Nel 1961 quando entrò in funzione la "Nuova scuola media unificata" per cui in tutta l'Italia si aprirono le scuole, alcuni scrissero: adesso, il mistero del teorema di Pitagora sarà svelato al popolo. Fino ad allora poche scuole medie c'erano in giro. Tursi era tra quei paesi fortunati. Un mio professore di matematica del tempo che fù, passando col pullman verso Metaponto, disse: vedete quelle colonne corinzie? Quelle sono le "Tavole Palatine". Sotto quel tetto, un certo Pitagora, duemila e rotti anni fa, insegnava matematica. Si era alle medie e un mattino di maggio del '56 eravamo andati in gita scolastica a Taranto, a vedere il mare.
Archiviato il sogno di diventare un "computer management" (a quest'ora avrei fatto concorrenza a Billy Gates, oppure sarei diventato un suo dipendente) mi dedicai anima e corpo all'insegnamento. Più corpo che anima, per la verità, nel senso che, col mio corpo di navigatore marinaro, ci davo l'anima e la mia beneamata scuola media sarebbe diventata una seconda casa.
Tutto questo (l'insegnamento) lo avevo sognato fin dai tempi dell'università. Passeggiavo la sera lungo via Caracciolo a Napoli e guardavo le barche dei pescatori di Posillipo. Più in là quasi all'orizzonte le navi della Nato erano alla fonda, anche se i marinai americani giravano per le strade del "Rettifilo" in cerca di una pizzeria o birreria. A Napoli, il mare si vede anche di notte e all'alba naturalmente, prima che il gallo canti. Camminavo nelle strade della città partenopea e nel dicembre del '69 mi chiedevo: cosa farò da grande? Passeggiavo poi per via Roma a Tursi e passando davanti alla scuola media, dicevo tra me, in silenzio e di nascosto: chissà se potrò mai insegnare in questa scuola. C'ero entrato un giorno da alunno, ci volevo entrare da professore. Forse in quel momento scendeva una stella cadente. Il sogno si avverò dopo un anno, nel Natale del '70.

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