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I trappitari

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A Tursi c'erano molti frantoi che si chiamavano trappiti. A contarli dovevano essere almeno cinque. Partendo dai Petrilli, ce n'era uno, diciamo cosi a valle. Gli altri si trovavano man mano che si saliva, al centro storico, che a quei tempi (negli anni '50), era il vero e proprio centro del paese. In via Oliva c'era il frantoio Guida, gestito in seguito dal figlio Peppino fino agli inizi degli anni novanta (Poi l'ordinanza europea sulle acque di scolo lo ha fatto chiudere). In questo frantoio c'erano due grandi ruote di pietra che giravano con un motore elettrico. Salendo più su, dopo la farmacia De Santis ed andando verso il municipio c'era il frantoio Latrecchina medico. Poi un pochino più sopra, quasi di fronte alla casa dei sacerdoti fratelli Conte, dove c'è la statua della Madonnina nella nicchia, c'era il trappito Labriola. In Rabatana, mi dicono che negli anni cinquanta c'era un trappito, anche questo dei Labriola. C'era il frantoio dei Laragione, che venne abbattuto per far posto alla strada che da San Rocco portava in Rabatana. Infine dalla piazza di San Filippo, bisogna scendere verso casa Mormando, passare davanti all'abitazione del dottor Latrecchina, scendere ancora giù, attraversare "U Casaino" , svoltare un pochino a sinistra, passare davanti alla casa del dottor Romano padre ed arrivare al trappito omonimo.

L'oleificio di allora era azionato da un "asino bendato" che girava attorno ad un cerchio rotondo con attaccato due ruote di pietra pesantissime. Erano le macine che schiacciavano le olive e che i trappitere, personaggi mitici della mia infanzia, raccoglievano dentro le fisciues per poi portarle sotto le presse da dove usciva l'olio di oliva doc.

Al trappito di Romano ci si arrivava anche da via Oliva (le olive da via Oliva!). Alla curva dei Cuccarese, si svoltava a destra, si passava davanti alla casa del medico, si svoltava a destra, e si arrivava nei pressi del mulino Giampietro. Il mulino lavorava solo di giorno con i suoi motori elettrici, mentre il trappito di Don Mimino lavorava anche di notte. I doppi e i tripli turni li avevano inventati loro: i trappitari magici, vestiti solo di una maglietta e con i muscoli fabbricati direttamente nelle campagne a zappare e spaccare la legna. Forse erano discendenti dei Ravitanesi di Pierriana memoria, visto che qualche volta facevano a sgrognue anche loro, cioè a cazzotti, per intenderci e fumavano, ma di nascosto, perché se li vedevano i padri, fumatori di pipa, li rimproveravano. E loro i trappitere, forti, capaci di prendere i sacchi delle olive e piazzarli sui muli, con molta disinvoltura, anche da sposati, avevano rispetto e non fumavano mai davanti a un genitore o un anziano.

I trappiteros, oltre ad indossare le magliette di lana con le maniche corte, avevano una camicia bianca sopra i pantaloni di velluto. Mangiavano sempre. A tutte le ore. Negli intervalli tra una macina e l'altra, mentre il capo dei trappiteros, con un piatto di alluminio raccoglieva l'olio che usciva dalla fiches e lo assaggiava. Allora mio padre, che ci aveva passato la nottata, stava col fiato sospeso a guardare con gli occhi addormentati. E lui il grande capo (detto U massere), dopo essersi pulito la bocca con la manica di camicia bianca della mano destra, sentenziava: l'olio è buono, veramente buono. E cosi il medico don Mimì, prendeva una fetta di pane e lo assaggiava pure lui. E mia madre portava i maccheroni al sugo dei conigli, e loro "i magicians trappiteros", si sedevano su sgabelli a tre piedi, simili a quelli che erano nelle cantine. Prendevano una forchetta e dopo aver brindato alla salute di signori presenti, dicevano prima di mangiare: volete favorire?.
Io veramente, avrei accettato, sia perché ero piccolo sotto i dieci anni, con una terza elementare alle spalle e una fame, sia perché i maccheroni al sugo che cucinava mia madre erano proprio buoni. Loro i trappitari, mi mandavano sempre a comprare le sigarette da don Giuvanne, il tabacchino che stava giù, molto giù, ai piedi della discesa, quasi in via Roma. Ed io ci andavo volentieri e quando tornavo, loro mi dicevano: ma hai fatto presto. Quanto tempo ci hai messo.

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