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Il significato delle cose è che esse non hanno significato alcuno.
(Alberto Caeiro)
C'è, in un angolo d'Europa, una città affettuosamente ammaliante,
dannatamente
coinvolgente, davvero originale, senza dubbio diversa dalle altre, solare
e al tempo stesso triste. Ma di una tristezza piacevole, se mi è permesso
dire, una città lieta, chiassosa, timidamente chiassosa.
Fra gli odori, i profumi, i suoni e le viuzze di questa, forse anacronistica
città ti senti leggero (leggiadro direbbe il poeta...), mite come il suo
clima, affettuosamente accarezzato dal vento che tutto l'anno ti coccola,
indifferente alle scadenze (o cadenze...) del calendario ed agli umori
delle stagioni.
E' gradevole lasciarsi coinvolgere nei mercati urlanti e poi appena girato
l'angolo dal silenzio religioso e dignitoso dei rioni lisboeti.
Una terra di antichi conquistatori, un tempo famosi, amati e invidiati per
le loro avventure transoceaniche e di cui gli odierni portoghesi son fieri
benché oggi siano aggrappati forzosamente al traino dell'Europa bella, ricca
e traboccante euro...
Siamo a Lisbona, "Lisboa", la terra di Fernando Pessoa, di Amalia Rodrigues,
la voce struggente del Fado, del condottiero Vasco da Gama, la città
testimone
delle mitiche imprese del Benfica e delle delizie della pantera Eusebio.
Ho vissuto 8 mesi a lisbona, mi sono lasciato rapire e stregare dal suo
essere labirintica e semplice, dalla variopinta e variegata estetica dei
suoi quartieri. E' facile infatti incontrare l'architettura futuristica,
tecnologica e assai prossima all'Europa franco-anglo-italo-tedesca del
quartiere
Oriente, per poi passare d'un tratto in Alfama, il mitico centro storico
costruito dagli arabi. Quando al mattino mi recavo nel mercato rionale di
Alfama il mio pensiero correva, direi quasi in maniera "pierriana", ad una
Rabatana ripopolatasi come d'incanto, tanto eran simili le pericolanti
casupole
ed i rugosi visi della gente. E poi veloce andavo come in un sogno per la
"Baixa" o per lo "Chiado" ad ammirare timide vetrine orgogliose di esporre
le loro preziose mercanzie senza inutile sfarzo o pacchiano lusso.
E quante volte ancora mi sorprendevo intento ad ammirare incantato tramonti
dai classici belvedere, i "mirador", inebetito dai colori delle acque del
Tejo (il fiume di Lisbona) che irradiavano le bianche casine circostanti.
E poi la notte, girovagare con l'orecchio teso nello sforzo di ascoltare
i dignitosi cantori del Fado (i fadisti!), la musica tradizionale
portoghese
che canta Lisbona, il Portogallo, il carattere scontroso, irascibile e
comunque
amabile dei portoghesi, le brucianti ed ancora recenti ferite della
dittatura
di Salazar e le scorribande degli indomiti ed indimenticati conquistadores.
Oppure mi trovavo nei posti più remoti e sperduti con gli occhi socchiusi
ad ascoltare come un bambino col nonno i coinvolgenti racconti dei
vecchietti
che parlavano di Salazar (il dittatore!) e della fresca e desiderata
democrazia
conquistata nel 1974 (il 25 di aprile, toh che coincidenza!) senza uno
sparo, in quella che è stata tramandata ai posteri come la "rivoluzione
dei garofani".
Ma anche l'interetnicità, l'Angola, il Mozambico, Capo Verde, il loro
faticoso
processo di integrazione, tutto è presente in un incredibile intreccio di
razze, in un pirotecnico incrocio di culture e, su tutte, la comunità
brasiliana
con i suoi ritmi, le sue risate mai sguaiate, le interminabili nottate
costellate
di bossanova, samba e tropicalismi.
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