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Ascoltando musica etnica... il gruppo dei "Nazka"

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Quest'anno abbiamo studiato la colonizzazione da parte degli europei in America, luogo in cui vivevano gli indiani pellerossa. Dopo la loro conquista, essi furono costretti a vivere nelle riserve, dove venivano sfruttati nel lavoro delle piantagioni e delle miniere. Essi rivendicavano e rivendicano tuttora i loro diritti e il bisogno di avere la libertà che è stata loro negata fino ad ora. Le nostre professoresse ci hanno fatto ascoltare un cd di musica etnica composta proprio dagli indiani pellerossa. Vorrei quindi descrivere le mie sensazioni sperando di farvi riflettere in merito alle libertà di ciascun uomo. Sono qui seduta nel mio banco e ascolto musica etnica da un cd. E' bellissima, mi è entrata nell'animo e mi dà una sensazione che non so esprimere, un desiderio di sentirmi libera, voglio volare, sprigionare tutto: le mie idee e far capire al mondo quello che sono, farmi conoscere e ad un certo punto piegare le ali per riposarmi e poi di nuovo attraversare tutti gli oceani, i mari e i continenti. Poi tutto si calma e mi rattristo. Un uccello mi parla, mi dice che non bisogna arrendersi mai, continuare, superare gli ostacoli e grazie a lui capisco il significato della vita e ritorno di nuovo a liberare la mia natura selvaggia, ad essere come tutti gli animali e volo libera verso l'orizzonte. E' un bellissimo tempo di primavera ma nessuno se ne accorge, né l'uomo né gli animali. Da ogni fianco scosceso dei monti giunge il sussurro tremulo di acque correnti, la musica di sorgenti invisibili. Arrivo ad una sorgente e mi tuffo nell'acqua, rotolo nell'erba e mi sento felice, felice di vivere. Il silenzio spettrale dell'inverno lascia il posto al grande mormorio primaverile della vita che si ridesta. I miei amici animali sono con me, mi seguono e provano la stessa mia brezza: il giorno è tutto un bagliore di sole.
Poi ci mettiamo in cerchio e facciamo una danza tipica degli indiani pellerossa, ci sdraiamo sull'erba e scrutiamo il cielo cercando di coglierne ciò che di più profondo vuole trasmetterci, ma il ritmo ritorna normale e incominciamo di nuovo a danzare. I lupi si risvegliano, danzano mettendosi in cerchio, invocano il loro spirito selvaggio e corrono nella foresta. Tutto si calma e io nell'acqua comincio a suonare una dolce melodia. L'acqua mi sfiora i capelli e poi mi bagna. Il cielo si oscura e si sente un coro soave che ci accompagna e invochiamo Dio per ringraziarlo di questo grande dono che ci ha dato: la vita. Ad un tratto mi risveglio e mi ritrovo nel mio banco, circondata e guardata da tutti e capisco che ciò che era avvenuto in me era solo un sogno, ma non intendo dimenticarlo perché mi ha fatto capire che dentro noi, nel nostro piccolo, abbiamo un qualcosa di selvaggio che qualche volta vuole uscire, evadere e cancellare le leggi del falso perbenismo. Io molte volte vorrei poter essere libera, vorrei essere un uccello che vola e non ha leggi: è libero. Queste canzoni hanno sprigionato la mia anima che, diciamo, un po' selvaggia, è stata nascosta per molto tempo ed è proprio così che sono gli indiani pellerossa, selvaggi e liberi. L'uccello secondo me è l'animale più somigliante alla mia interiorità, è infatti in continuo viaggio, come il mare in tempesta, in pieno tumulto ed è proprio così che vorrei essere: spiegare le ali, gettare un grido di gioia e volare fino nell'immensità del cielo.
Queste canzoni mi hanno fatto sentire il richiamo di una vita forte, selvaggia, primitiva, libera dai condizionamenti e dalle sovrastrutture proprie della società organizzata: una vita fuori dalla civiltà tecnologica. Siccome quello che può fare un animale è meno censurabile di ciò che è permesso all'uomo, traspongo nell'uccello ma soprattutto nell'aquila, questa sfrenata voglia di libertà, questa vita fuori dalle regole. E' questa la vita che sogno, ma adesso c'è ancora dentro me il buio dell'incertezza e della paura. Secondo me gli indiani pellerossa suonano questo tipo di musica che sprigiona la libertà proprio perché ricordano le ingiustizie di cui il loro popolo fu vittima. Infatti fino all'arrivo dei bianchi nelle loro terre erano liberi.

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